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Beati martiri d’Algeria

8 dicembre 2018: Beatificazione dei martiri d’Algeria

In questo giorno benedetto, ne faccio memoria con un testo del beato Pierre Claverie, vescovo di Orano

«Gesù ci dice e ci dimostra che Dio è appassionato e che l’Amore è il suo Nome: nei comportamenti e nell’insegnamento c’è da parte sua una continua trasgressione della fredda logica della Legge e della Ragione. Che cosa c’è di meno religioso del fatto di rimettere in discussione il Sabato, i divieti alimentari, la condanna dell’adulterio o la preghiera pubblica al Tempio? Che cosa c’è di meno ragionevole del fatto di esaltare un amministratore disonesto o un padrone ingiusto che dà lo stesso salario agli operai della prima e dell’undicesima ora? Che cosa c’è di più insensato del fatto di esporsi alla morte senza altro equipaggiamento al di fuori di un amore disarmato e disarmante che muore perdonando? […]

Facciamo parte anche noi della stessa razza di credenti: non siamo i contabili di ciò che è permesso e vietato o i guerrieri di una religione conquistatrice e neppure gli evasi da questo mondo di carne e di sangue, alla ricerca di un paradiso perduto attraverso non so quale artificio “trascendentale”. Solo Gesù può condurci sulle strade del Dio vivente: affidandoci a noi stessi, non possiamo andare oltre la “sapienza dei Greci” che Paolo contrappone alla “follia della Croce”.
E la nostra vita diventa godibile e feconda proprio quando corre il rischio di questa singolare follia che attraversa il Vangelo con un’audacia esaltante. Solo la forza stessa dello Spirito divino può spingerci a compiere questo passo. È dunque vitale aprirci allo Spirito. Ed è questo la preghiera. Non smettete di pregare! […]

Fatevi di nuovo afferrare da Cristo. Non sappiamo nulla di Dio e dell’uomo, se non attraverso questo nostro fratello in umanità, in cui lo Spirito ci permette di scorgere l’icona della divinità.
Con lui il nostro sguardo può scoprire, nel cuore di un mondo sconvolto, la nascita di un mondo nuovo che reclama le nostre energie e risveglia la nostra passione di vivere, di creare, di amare, di rischiare e di andare felici incontro a Dio e agli altri».

P. Claverie, Lettere dall’Algeria,  Paoline, Milano 1988,  169 s.

ricordando Tibhirine

locandina TIBHIRINEI miei lettori sanno che periodicamente ritorno sulla testimonianza della Chiesa in Algeria, e in particolare su quella dei monaci trappisti di Tibhirine, dei quali ricorrerà, nel maggio di quest’anno, il ventesimo del martirio. Anche per questo mi fa molto piacere segnalare l’opportunità dell’incontro con p. Jean-Marie Lassausse, il religioso che attualmente ha cura del monastero di Tibhirine, in attesa che – come si spera – una nuova comunità possa prendere il posto dei monaci uccisi nel 1996. L’incontro si terrà a Reggio Emilia, alla Sala convegni della Parrocchia Sacro Cuore, via G. Baroni, giovedì 3 marzo 2016 alle 20.45.

Cliccate sull’immagine per scaricare la locandina dell’evento.

Pierre Claverie, un testimone da non dimenticare

Più o meno regolarmente ho ricordato, in questi anni, l’anniversario dell’assassinio dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria; molto meno – e me lo rimprovero – ho parlato di mons. Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano, che fu ucciso pochi mesi dopo i monaci, per la precisione il primo di agosto 1996, insieme con il proprio autista musulmano, ultima vittima cristiana della violenza dell’orrore che attraversò come un tornado distruttore l’Algeria intorno alla metà degli anni ’90.

Ne ho parlato poco, ma i testi di Claverie sono stati per me una lettura e meditazione costanti, in questi anni. Riprendo qui qualche riga di una delle ultime lettere scritte per i cristiani della sua diocesi, nel marzo 1996:

Le crisi che attraversiamo, la morte che sfioriamo, ci costringono a rivelare le nostre ragioni di vivere. Se non ci appoggiamo fermamente a cui che qualcuno chiama la «roccia dell’essere» in noi e ci la nostra verità più profonda, quella su cui si fondano le nostre scelte più decisive, ci troveremo in preda allo smarrimento, allo scoraggiamento e alla disperazione […]

Le scosse e gli impoverimenti che c’impongono le circostanze difficili possono essere benefici se dissipano le illusioni e le false apparenze. Si tratta di altrettante «morti», di strappi a volte dolorosi, senza i quali rischiamo di vivere alla superficie di noi stessi, unicamente preoccupati delle apparenze ed esposti a qualsiasi crollo.

Tutto ciò si compie nel mistero pasquale. Non solo nei giorni in cui la morte e la vita si affrontano sul Golgota, ma nel movimento di tutta l’esistenza credente, che si svolge sotto il segno del passaggio dalla morte alla vita. Allora la morte non è più il recinto in cui va a inciampare ogni speranza, ma la soglia di una vita nuova, più giusta, più forte e più vera. Non è più la negazione della vita, ma la condizione della sua crescita e della sua fecondità […].

La Passione di Gesù è prima di tutto passione per colui che viene da lui chiamato: Abba! Padre. Non è una pulsione di morte, ma una passione d’amore. Amore ricevuto dal Padre e vita data in cambio perché questo amore possa essere condiviso e sparso su tutta l’umanità. Questa passione impegna Gesù in una vera e propria «battaglia» per fare arretrare in se stesso e intorno a sé tutto ciò che si può opporre a questo amore e a questa vita. Con Gesù rifiutiamo la logica della violenza o della potenza che sono in contraddizione con l’amore e con la vita. La Croce sta esattamente qui e non importa in quale sofferenza. Prendere la propria Croce al seguito di Cristo, come esplicitamente ci chiede, significa perciò accedere lucidamente insieme a lui al dono della vita per continuare l’opera creatrice di Dio Padre…

(da Lettere dall’Algeria di Pierre Claverie, Paoline 1998, 248-250).

21 maggio: in preghiera davanti all’Unico

O Dio, tu sei nostro Creatore.
Tu sei buono e la tua misericordia è senza limiti.
A Te la lode di ogni creatura.
O Dio, tu hai dato a noi uomini una legge interiore di cui dobbiamo vivere.
Fare la Tua volontà, e compiere il nostro compito.
Seguire le Tue vie e conoscere la pace dell’anima.
A Te offriamo la nostra obbedienza.
Guidaci in tutte le iniziative che intraprendiamo sulla terra.
Liberaci dalle nostre tendenze cattive che distolgono il nostro cuore dalla Tua volontà.
Non permettere che invocando il Tuo nome,
giustifichiamo i disordini umani.
O Dio, Tu sei l’unico. A Te va la nostra adorazione.
Non permettere che ci allontaniamo da Te.
O Dio, giudice di tutti gli uomini,
aiutaci a far parte dei tuoi eletti nell’ultimo giorno.
O Dio, autore della giustizia e della pace,
accordaci la vera gioia, e l’autentico amore,
nonché una fraternità duratura tra i popoli.
Colmaci dei Tuoi doni per sempre.
Amen!

Questa che ho riportato è la preghiera che S. Giovanni Paolo II ha fatto al termine del discorso ai giovani incontrati a Casablanca, in Marocco, il 19 agosto 1985. La riprendo oggi per ricordare la morte dei Monaci trappisti di Tibhirine (nella foto: cappella del monastero), in questa data del 21 maggio che ne fissa ufficialmente il martirio, avvenuto nel 1996. Fr. Christian de Chergé, in una lettera inviata a p. Maurice Borrmans da Tibhirine il 6 ottobre 1985, commentava così questa preghiera, «senz’altro personale ed espressa in ‘noi’ e amâma-kum: preghiera d’Imâm, all’ora del Maghrib.
[Giovanni Paolo II] ha certamente voluto che questa preghiera fosse l’occasione e il mezzo di una comunione già possibile; l’ha concepita in modo che il suo uditorio si sentisse “chiamato alla preghiera” e non solo spettatore di un atto compiuto da un estraneo. In questo senso, mi sembrava che avesse adempiuto pienamente al suo ruolo apostolico e profetico, nella Chiesa e per il mondo, quello di manifestare [signifier] il Cristo che intercede continuamente a nostro favore e di confermare i fratelli nella ricerca di Dio» (Ch. de Chergé Prieur de Tibhirine, Lettres à un ami fraternel. Introd. et édit. du p. M. Borrmans, Bayard 2015, p. 228).

Per non dimenticare Tibhirine

È forse inevitabile che sia così, ma ho l’impressione che la memoria dei monaci dell’Atlas, i trappisti di Tibhirine (Algeria) rapiti nel marzo del 1996 e poi uccisi il 21 maggio dello stesso anno, si vada sempre più affievolendo.

Faccio del mio meglio per tenere vivo il ricordo, penso che ne abbiamo più che mai bisogno.

Riporto le parole del testamento di fr. Christophe (da Più forti dell’odio, ed. del 1997, p. 180):

Il mio corpo è per la terra,
ma, per favore,
nessuna barriera
tra lei e me.

Il mio cuore è per la vita,
ma, per favore,
nessuna leziosità
tra lei e me.

Le mie braccia per il lavoro,
saranno incrociate
molto semplicemente.

Per il mio volto:
rimanga nudo
per non impedire il bacio,

e lo sguardo,
lasciatelo vedere.

P.S. Grazie