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Maglietta rossa

Era il 3 settembre 2015, e allora si sperò che quella potesse essere l’ultima occasione in cui vedere immagini di queste genere sulle spiagge del Mediterraneo. Purtroppo non è stato così e non è così.

A suo tempo non avevo pubblicato qui quella foto che, del resto, aveva fatto il giro del mondo. La riprendo adesso, riportando qui di seguito l’editoriale di Mario Calabresi su La Stampa di allora.

Alla fine dei febbraio dell’anno dopo, nell’allora mia unità pastorale di Bagnolo in Piano (RE) avevamo accolto due famiglie siriane che fuggivano dalla stessa guerra, arrivate in Italia con il primo gruppo di rifugiati accolti attraverso l’apertura dei “corridoi umanitari” realizzati dalla Comunità di S. Egidio insieme con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola valdese valdese… È proprio impossibile aprire altri canali regolari di immigrazione, per mettere fine alla vergogna di questi giorni?

 

La spiaggia su cui muore l’Europa

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni – per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.

Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. È l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.

Presepe siriano

Propongo una mia traduzione di questo intervento del vescovo maronita di Damasco, Samir Nassar, sul Natale della Siria in questo sesto anno di guerra (per la fonte, cf. qui)

La Siria, in questo sesto Natale, assomiglia più che mai al presepio: una stalla aperta, senza porta, fredda, priva di tutto, poverissima e devastata dalla violenza.
Gesù Bambino non manca di compagni, in Siria. Milioni di bambini che hanno perduto le loro case vivono senza riparo o sotto delle tende povere quanto la Mangiatoia di Betlemme.
Gesù non è più solo nella sua miseria. I bambini siriani abbandonati e devastati dalle scene di violenza vorrebbero essere al posto di Gesù, che ha pur sempre i suoi genitori. È un sentimento di amarezza che si vede nei loro occhi, nelle loro lacrime e nel loro silenzio…
Molti bambini siriani invidiano il Bambino divino perché ha trovato questo luogo modesto dove nascere e trovare riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o lungo la strada dell’esodo.
Maria, nelle sue difficoltà, non è più sola; povere mamme alle quali è andata peggio vivono in una povertà estrema e si addossano le responsabilità della famiglia da sole, senza i mariti morti o scomparsi. Le precarietà del presepio le consola un po’…
La presenza rassicurante di Giuseppe nella Santa Famiglia è motivo di Gelosia per queste famiglie private di un padre… Privazione che nutre la paura, l’angoscia e l’inquietudine.
I nostri disoccupati invidiano san Giuseppe, artigiano che mette la Santa Famiglia al riparo dall’indigenza, dalla fame e dal pericolo, a costo di esiliarsi in Egitto…
I pastori e le loro greggi che si accostano alla mangiatoia dicono molto ai numerosi allevatori siriani che hanno perduto in questa guerra il loro capitale…
La vita nomade su questa Terra biblica, che risale ad Abramo e a molto prima di lui, scompare brutalmente con le sue antiche usanze di ospitalità e la sua cultura tradizionale.
I cani di questi pastori di Natale hanno compassione del destino degli animali domestici in Siria, vittime della violenza omicida; questi animali scheletrici si aggirano tra le rovine nutrendosi di cadaveri, in mancanza di pattumiere rifornite…
Il rumore infernale della guerra soffoca il Gloria degli angeli… Questa sinfonia di Natale per la pace è costretta a far posto all’odio, all’atrocità crudele e all’indifferenza del mondo…
Possano i tre Magi portare i regali di cui la Siria ha grande bisogno: la pace, il perdono e la compassione.
In questo Natale Gesù sorride al bambino siriano nudo e abbandonato e lo invita a condividere il suo presepe.

+Samir NASSAR
Arcivescovo Maronita di Damasco

Giornalisti

Vorrei spezzare una lancia a favore dei giornalisti, categoria spesso (forse non del tutto a torto) guardata con un certo disprezzo e sufficienza. Ma due spunti recenti meritano a mio avviso una sottolineatura.

Domenico Quirico
Domenico Quirico

In questi mesi ho seguito con apprensione la vicenda di Domenico Quirico, l’inviato de La Stampa rapito in Siria nell’aprile scorso e liberato pochi giorni fa. L’ho molto stimato e ancora lo stimo per il suo modo di raccontare le cose dal di dentro; negli anni delle vicende drammatiche dell’Africa dei “grandi laghi” (genocidio rwandese del 1994 ecc.), trovavo i suoi articoli sull’Africa tra i migliori, se non i migliori in assoluto, nel giornalismo italiano. La testimonianza che ha reso in questi giorni alla Radio Vaticana anche sul modo in cui ha vissuto da credente le settimane terribili della prigionia in Siria (cf. questo link) non fa che confermarmi in questa stima e nel continuare a cercare di essere vigilanti, sulla Siria e sulle molte altre situazioni terribili presenti nel mondo.

Domenico Del Rio
Domenico Del Rio

E da Quirico a un altro Domenico, pure lui giornalista, ma che non è più tra noi da dieci anni: Domenico Del Rio, che fu per molti anni “vaticanista” a La Repubblica e poi alla Stampa (se può interessare, probabilmente ho incominciato a leggere Quirico quando, da lettore più o meno affezionato della Repubblica passai alla Stampa, tra gli altri motivi perché non sopportavo più il modo in cui Repubblica trattava le questioni religiose: e con mia grande soddisfazione, non molto dopo proprio Del Rio lasciò Repubblica e incominciò a lavorare per il giornale torinese). Sul settimanale A sua immagine (ma lo ritrovate a questo link), Sante Cavalleri pubblica un bel ricordo di questo giornalista, di cui ricostruisce la vicenda spirituale Continua la lettura di Giornalisti

Piccoli poeti

Quello che resta

Nel mio paese resta ancora la guerra
resta la morte e la paura.
Quando lascio i miei amici
mi resta la loro delicatezza.
Quello che resta del mondo nel mio cuore
è felicità e tristezza.

 

Candiani
Chandra Livia Candiani

 

La poesia riportata qui sopra è di Baraa, una bambina siriana di dieci anni, che vive in Italia; è una delle poesie di bambini pubblicate su La Lettura, suppl. culturale del Corriere della Sera, domenica 21 luglio 2013, col titolo “La scuola dei poeti (di dieci anni)”. Queste poesie sono una parte del risultato del lavoro che fa la poetessa Chandra Livia Candiani (nella foto), insegnando poesia nelle scuole milanesi. Proprio un lavoro bellissimo, spero che continui a lungo.