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Curia romana

Sull’ultimo numero del settimanale cattolico The Tablet (pubblicato con la data del 2 giugno 2012), il corrispondente da Roma, Robert Mickens, fa una cronaca delle vicende che hanno agitato le acque dei palazzi vaticani nelle ultime settimane. E conclude (traduzione mia):

Per quanto le vicende delle ultime settimane possano sembrare rilevanti, questa poco sacra rappresentazione di astuzie e lotte intestine non può essere ridotta all’ennesima manifestazione del mysterium iniquitatis o semplicemente all’inevitabile risultato del peccato originale. Se così fosse, gli uomini che guidano la Curia Romana (per la maggior parte membri del clero) potrebbero essere essere perdonati per la loro incapacità nello sradicare reati e infrazioni di questa portata.
No, questi episodi del maggiordomo, del banchiere e del libro [di Nuzzi, ndt] sono soltanto il sintomo di un problema più di fondo. Si tratta semplicemente e chiaramente di questo: le arcane e non-evangeliche strutture di governo della Curia Romana, e anche quelle della Chiesa più ampiamente considerata, hanno urgente bisogno di riforma.
Finché non ci sarà un papa che lo capirà, l’implosione del corpo elitario che governa la Chiesa Romana continuerà.

Parole sante, a mio modestissimo parere.

Ritorna il clericalismo?

Il Tablet – storico settimanale cattolico inglese – del 21 maggio 2011 ha un breve editoriale intitolato “Pericoli di clericalismo”. Mi sembra un testo che vale la pena di meditare, e ne propongo qui una mia traduzione (clicca qui per il testo originale inglese).

Essere contro il clericalismo non è lo stesso che essere anticlericali. L’anticlericalismo designa la secolare e dura resistenza nei confronti del potere sociale e politico della Chiesa Cattolica. Il clericalismo ha a che fare con l’enfasi eccessiva sul ruolo del clero nelle faccende interne della Chiesa. Implica un elitismo clericale, la superiorità del clero sui laici. L’anticlericalismo, in quanto concetto della politica continentale europea, è in qualche modo ormai fuori corso. Il clericalismo, invece, ha ancora molto valore come concetto chiave nell’analisi dei fattori culturali che hanno dato origine allo scandalo degli abusi sessuali del clero all’interno della Chiesa Cattolica. È diventato quasi di rigore per i capi della Chiesa affermare che in questo contesto sono contro il clericalismo.

L’insegnamento del Vaticano II sul sacerdozio di tutti i credenti e sul battesimo comune aveva assestato un colpo notevole al clericalismo. Ma ci sono i segni di una regressione clericalistica tra alcuni di quelli che si stanno preparando al sacerdozio o sono stati ordinati in tempi recenti. Nel vestito e nell’atteggiamento, alcuni di loro sembrano agognare – quasi narcisisticamente – al ristabilimento dello statuto elevato del prete che caratterizzava la vita delle parrocchie negli anni ’50. Una forma più blanda di clericalismo si vede ancora nelle strutture diocesane e nello stesso Vaticano, dove si trovano solo pochi laici, e spesso in posizioni secondarie. E il clericalismo automaticamente marginalizza o esclude le donne.

A volte è implicito anche nelle motivazioni di quanti spingono per un ritorno a un uso generalizzato del Rito Tridentino.

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