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Eutanasia della vita religiosa?

Nel giorno in cui si ricorda S. Ignazio di Loyola, mi colpisce la riflessione che Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, pubblica su Jesus (agosto 2015, a p. 71), sotto il titolo Eutanasia della vita religiosa?

Ne ripropongo l’inizio, invitando gli interessati a leggere tutto il testo sulla rivista:

Papa Francesco ha proclamato il 2015 “anno della vita religiosa”: una scelta che dovrebbe animare un anno dedicato alla maggior consapevolezza del dono che la vita religiosa rappresenta per la Chiesa, un tempo di fervente intercessione perché il Signore rinnovi questa forma di vita alla sequela di Gesù. Ma nonostante i messaggi di papa Francesco a quanti vivono la sequela di Cristo nel celibato e nella vita comune, nonostante qualche vescovo abbia indetto una giornata per quel “piccolo resto” presente nella sua Chiesa locale, ormai l’anno volge al termine e pochi paiono essersene accorti, anche tra gli stessi cattolici. Questo dato suscita in me un’infinita tristezza perché, avendo scelto in gioventù questa vita e avendo visto in essa per cinquant’anni, devo ora costatarne la profonda crisi…

E la conclusione:

Crisi pasquale, quindi, o scomparsa, dolce morte nel silenzio generale? Eppure un resto rimarrà: se anche la vita religiosa fosse ridotta a un ceppo, ma quel ceppo sarà santo, allora sarà capace di offrire ancora qualche nuovo virgulto.

Quello che vogliono i lefebvriani – II

Avevo già richiamato qualcosa tempo fa (cf. questo articolo) su questi problemi.
La dichiarazione dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X in occasione del 25° delle ordinazioni episcopali del 1988 (cf. qui) mi sembra ammirevolmente chiara nel rifiuto radicale, “senza se e senza ma”, di ciò che la Chiesa è oggi; e spiega, credo, perché gli sforzi ripetuti di Benedetto XVI di andare incontro ai tradizionalisti sono falliti.

L’8 luglio aggiorno il post indicando una lettura che mi sembra utile, un articolo di Enzo Bianchi apparso sulla Repubblica di oggi (cf. questo link).

Popolo di Dio

AvvenireL’edizione del 19 febbraio 2013 di Avvenire (giornale, ci tengo a precisarlo, al quale sono abbonato da anni) titola in prima pagina: “Il popolo di Benedetto”. Marina Corradi, nell’articolo “Una semplice risposta” a p. 2 di Avvenire del 20 febbraio (preceduto dall’occhiello: “Tante domande al «popolo di Benedetto XVI», ma non quella giusta”), rilancia: “… la Chiesa è anche, e prima di tutto, il suo [del Papa, sembra di capire dal contesto] popolo…”.

Sarà l’enfasi giornalistica, sarà il dispiacere per la scelta della rinuncia fatta da Benedetto XVI, sarà quello che si vuole… Ma perché, almeno in casa cattolica e mentre celebriamo il 50° del concilio Vaticano II, non torniamo al “popolo di Dio”, di cui parla il concilio stesso nel II capitolo della Lumen gentium?

Curia romana

Sull’ultimo numero del settimanale cattolico The Tablet (pubblicato con la data del 2 giugno 2012), il corrispondente da Roma, Robert Mickens, fa una cronaca delle vicende che hanno agitato le acque dei palazzi vaticani nelle ultime settimane. E conclude (traduzione mia):

Per quanto le vicende delle ultime settimane possano sembrare rilevanti, questa poco sacra rappresentazione di astuzie e lotte intestine non può essere ridotta all’ennesima manifestazione del mysterium iniquitatis o semplicemente all’inevitabile risultato del peccato originale. Se così fosse, gli uomini che guidano la Curia Romana (per la maggior parte membri del clero) potrebbero essere essere perdonati per la loro incapacità nello sradicare reati e infrazioni di questa portata.
No, questi episodi del maggiordomo, del banchiere e del libro [di Nuzzi, ndt] sono soltanto il sintomo di un problema più di fondo. Si tratta semplicemente e chiaramente di questo: le arcane e non-evangeliche strutture di governo della Curia Romana, e anche quelle della Chiesa più ampiamente considerata, hanno urgente bisogno di riforma.
Finché non ci sarà un papa che lo capirà, l’implosione del corpo elitario che governa la Chiesa Romana continuerà.

Parole sante, a mio modestissimo parere.

Quello che vogliono i lefebvriani

Il titolo del post è lo stesso di un intervento di Gianni Gennari pubblicato su Vatican Insider, il portale di informazione religiosa de “La Stampa” (**). Mi sembra interessante, e ne consiglio la lettura (cliccare qui), accostandola magari a quella del recente libro di G. Miccoli, La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza 2011.

Verso la Pentecoste

Il testo che segue è abbastanza conosciuto, ma mi sembra bello ripubblicarlo qui in questi giorni che preparano alla Pentecoste. Ne è autore Ignazio IV patriarca di Antiochia, che lo ha detto intervenendo all’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiese il 5 luglio 1968:

Senza lo Spirito Dio è lontano, Cristo resta nel passato, l’evangelo è lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto una semplice evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui, e in una sinergia indissociabile, il cosmo si solleva e geme nelle doglie del regno e l’uomo lotta contro la carne, Cristo risorto è vicino a noi, l’evangelo diventa potenza di vita, la chiesa segno della comunione trinitaria, l’autorità servizio liberante, la missione una Pentecoste, la liturgia è memoria e anticipazione e l’agire umano è divinizzato.

Fonte: Un raggio della tua luce. Preghiere allo Spirito Santo, a c. di E. Bianchi, Qiqajon, Magnano 1998, 213s