Pierre Claverie, un testimone da non dimenticare

Più o meno regolarmente ho ricordato, in questi anni, l’anniversario dell’assassinio dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria; molto meno – e me lo rimprovero – ho parlato di mons. Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano, che fu ucciso pochi mesi dopo i monaci, per la precisione il primo di agosto 1996, insieme con il proprio autista musulmano, ultima vittima cristiana della violenza dell’orrore che attraversò come un tornado distruttore l’Algeria intorno alla metà degli anni ’90.

Ne ho parlato poco, ma i testi di Claverie sono stati per me una lettura e meditazione costanti, in questi anni. Riprendo qui qualche riga di una delle ultime lettere scritte per i cristiani della sua diocesi, nel marzo 1996:

Le crisi che attraversiamo, la morte che sfioriamo, ci costringono a rivelare le nostre ragioni di vivere. Se non ci appoggiamo fermamente a cui che qualcuno chiama la «roccia dell’essere» in noi e ci la nostra verità più profonda, quella su cui si fondano le nostre scelte più decisive, ci troveremo in preda allo smarrimento, allo scoraggiamento e alla disperazione […]

Le scosse e gli impoverimenti che c’impongono le circostanze difficili possono essere benefici se dissipano le illusioni e le false apparenze. Si tratta di altrettante «morti», di strappi a volte dolorosi, senza i quali rischiamo di vivere alla superficie di noi stessi, unicamente preoccupati delle apparenze ed esposti a qualsiasi crollo.

Tutto ciò si compie nel mistero pasquale. Non solo nei giorni in cui la morte e la vita si affrontano sul Golgota, ma nel movimento di tutta l’esistenza credente, che si svolge sotto il segno del passaggio dalla morte alla vita. Allora la morte non è più il recinto in cui va a inciampare ogni speranza, ma la soglia di una vita nuova, più giusta, più forte e più vera. Non è più la negazione della vita, ma la condizione della sua crescita e della sua fecondità […].

La Passione di Gesù è prima di tutto passione per colui che viene da lui chiamato: Abba! Padre. Non è una pulsione di morte, ma una passione d’amore. Amore ricevuto dal Padre e vita data in cambio perché questo amore possa essere condiviso e sparso su tutta l’umanità. Questa passione impegna Gesù in una vera e propria «battaglia» per fare arretrare in se stesso e intorno a sé tutto ciò che si può opporre a questo amore e a questa vita. Con Gesù rifiutiamo la logica della violenza o della potenza che sono in contraddizione con l’amore e con la vita. La Croce sta esattamente qui e non importa in quale sofferenza. Prendere la propria Croce al seguito di Cristo, come esplicitamente ci chiede, significa perciò accedere lucidamente insieme a lui al dono della vita per continuare l’opera creatrice di Dio Padre…

(da Lettere dall’Algeria di Pierre Claverie, Paoline 1998, 248-250).