Esperienze della Pasqua

20131216Auguro a tutti buona Pasqua, riproponendo qui di seguito la riflessione che ho scritto su invito di Settimana (cf. n. 12-13/2013) in vista delle feste pasquali.

Esperienze della Pasqua

A pensarci bene, proprio quando si tratta di dire le cose più decisive, quelle senza le quali il cristiano non potrebbe vivere – e la fede pasquale è senza dubbio tra queste, ne è anzi la prima –, il linguaggio della fede ricorre a parole e ad immagini semplici, che rimandano a esperienze elementari: quasi che il linguaggio più complesso, anziché onorare la fede alla quale dovrebbe dare un’espressione, finisca per oscurarla e renderla così più lontana e inaccessibile. Una certa abitudine ci ha portato a non vedere più la radicale semplicità di certi termini, come, per fare un esempio, quello che indica la risurrezione di Cristo a partire dall’immagine del destarsi dal sonno, o dell’alzarsi: ma in questa semplicità è possibile afferrare, per quanto possibile nelle nostre condizioni, ciò che vi è di più vitale per il credente.
Il linguaggio biblico abbonda di queste espressioni, e anche in questo esso può offrirci ancora modelli di linguaggio ammirevoli, anche di fronte al compito permanente di annunciare Cristo morto e risorto all’uomo di oggi.

Lungo la via

Nel vangelo di Luca, che accompagna la liturgia festiva di questo anno (e che, come si sa, va letto con il complemento degli Atti degli apostoli), gli studiosi hanno osservato da molto tempo la rilevanza del tema della “via”: non sarebbe sbagliato, alla luce del terzo vangelo, leggere nel mistero pasquale il proseguimento, anzi il compimento, di un itinerario che si rivela apparentemente incompiuto.
Gesù è mostrato itinerante, del resto, fin dall’inizio del vangelo (itinerante, possiamo dire, già dal momento in cui Maria di Nazaret si mette in viaggio sui monti della Giudea per andare a visitare Elisabetta: cf. Lc 2,39); che il viaggio di Gesù possa incontrare l’opposizione anche violenta, i tentativi di bloccarlo, è detto già nella scena inaugurale del suo ministero (cf. 4,28-30); che il suo “esodo” abbia come meta il mistero pasquale è ben evidente nel racconto lucano della trasfigurazione (cf. 9,28-36: solo Luca vi usa al v. 31 il termine exodos, che contiene odós, strada), che precede di poco la grande “sezione lucana” del viaggio di Gesù a Gerusalemme (cf. 9,51–18,43).
Il dramma della croce è, per un verso, il punto di arrivo di questo cammino: non però il punto di arrivo oltre il quale tutto è finito;meno ancora la brutale interruzione, l’incidente che tronca progetti e relazioni e spazza via ogni speranza. Così avevano interpretato le cose i due camminatori rinunciatari che il terzo evangelista mette in scena nel mirabile racconto di Lc 24,13-35. La strada sulla quale i due camminano è la via di un ritorno, di un fallimento, che non conduce da nessuna parte; è ovvio che sia così, del resto, visto che non hanno capito il senso della via di Gesù.
Bisogna che lui stesso ricompaia su quella strada, ricominci a camminare con loro. Il primo annuncio della Pasqua è dato da questo gesto silenzioso ma efficace: è il cammino di uno che deve andare più lontano (cf. Lc 24,28), che non potrà essere trattenuto (cf. Gv 20,17) alla misura dei nostri itinerari umani: a questi itinerari, tuttavia, la sua presenza riapre una possibilità, anzi la possibilità.
Nella figura della via che ricomincia, che continua, il senso della Pasqua ci appare molto più efficacemente che nell’immagine di un’uscita “clamorosa” di Gesù dal sepolcro (immagine che nessun evangelista, peraltro, utilizza). Il Risorto è colui che ancora è in cammino, la sua via si affianca alle nostre, anzi offre alle nostre vie, spesso frammentarie e interrotte, la possibilità di inserirsi nella sua via (nella Via che è lui stesso, dirà il quarto vangelo: cf. Gv 14,6); e nella figura del “con-peregrinare” con l’umanità e con le sue fragili vie egli invita i credenti a testimoniare della sua Pasqua.

La pietra scartata

Nelle parole di smarrimento dei discepoli di Emmaus (ma anche nella malinconica incomprensione che gli Undici manifestano quando, ancora nell’imminenza dell’Ascensione, chiedono al Signore di conoscere i tempi della restaurazione del regno: cf. At 1,6), si legge il senso di una speranza perduta, di un sogno che è parso per un momento avvicinarsi, ma poi è svanito come rugiada al mattino. «Noi speravamo…»: ma poi, nulla.
Per raddrizzare il cuore dei discepoli e ravvivare in loro la speranza, Gesù ha avuto bisogno di “tutte le Scritture” (cf. Lc 24,27.44), niente di meno; il che ci ricorda, forse, la necessità di sostenere e alimentare la fede con paziente perseveranza. La fede come “colpo di fulmine” è anche possibile, la vicenda di Paolo e di altri lo attesta: ma poi anche Paolo ha avuto bisogno del tempo necessario per assimilare e rafforzare la fede suscitata in lui dall’incontro col Risorto (cf. Gal 1,17-18).
Ma per tornare alle Scritture, in base alle quali Cristo risorto aiuta i discepoli a muovere qualche passo nel suo mistero pasquale, non sarà mancata quella del Sal. 118, diventato non a caso salmo pasquale per eccellenza, in particolare il v. 22, che del resto, secondo i vangeli, Gesù aveva citato a commento della parabola dei “vignaioli malvagi” (cf. Mc 12,1-12 e par.): «La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta testata d’angolo».
Si tratta di un’altra immagine semplice ma forte della Pasqua, e sotto più aspetti. Ricorda, prima di tutto, che Dio continua sempre a costruire. Il mistero pasquale dà la conferma più forte e radicale di ciò che la Scrittura già conosce: di notte o di giorno, che l’uomo vegli o dorma, la potenza d’amore di Dio non viene meno. Il credente sapeva già bene da tempo, sulla base dei salmi, che «se il Signore non edifica la casa, i costruttori edificano invano» (Sal 127,1). Ora, camminando sulla via del Risorto, impara che Dio costruisce anche quando l’uomo distrugge, edifica anche lì dove l’uomo porta rovina.
Di più: nella luce del Risorto, il credente viene confermato in modo radicale nella persuasione che il modo di edificare di Dio non è quello degli uomini, visto che a fondamento del nuovo tempio, fatto da “pietre vive” (cf. 1Pt 2,4-8) che sono la moltitudine di fratelli del Primogenito dei risorti, egli mette proprio ciò che appare, agli occhi del mondo, materiale di scarto, pietra inservibile, da buttare via.
L’uomo distrugge, Dio costruisce; il mondo getta via, aumenta le discariche, accumula i rifiuti… Dio, invece, recupera: vorrebbe, con tutte le forze, che nulla e nessuno andassero perduti. Così egli va a cercare tra ciò che quaggiù è considerato inservibile, ciò che è giudicato ignobile, stolto (cf. 1Cor 1,2728); va a cercare tra gli scarti, tra i resti buoni a nulla, e proprio lì trova la pietra preziosa, solida, fondamento sicuro. Così è la Pasqua. E se il Figlio è posto a fondamento in questo modo, l’edificio che vi si costruisce sopra, nella forza dello Spirito, non potrà edificarsi che con gli stessi criteri e a partire dallo stesso “materiale pasquale”, fatto di poveretti nei quali il Padre si è compiaciuto, perché il Figlio diletto li ha presi con sé e dai luoghi di “perdizione” (cos’altro sono le discariche?), li ha portati nel tempio dell’umanità nuova (cf. Col 1,12-14).
Andando a cercare nel campo delle cose buttate via, forse si trova la pietra preziosa e solida, sulla quale fondare l’edificio di un’umanità secondo il suo cuore. Dio ha dunque aperto anche all’uomo una sfida radicale, che si può riassumere nella “parabola della misericordia” ascoltata nella 4a domenica di quaresima: se Dio edifica così, in questo modo “pasquale” (cf. Lc 15,24!), per chi vuol riconoscere la sua paternità non c’è altra via che la sua: non ci può essere distanza tra la Pasqua del Padre che ritrova il Figlio, e quella del fratello che accoglie il fratello. Ma non si era buttato via da solo, non era finito da solo nell’immondezzaio della sua vita (cf. Lc 15,13.30)? Certo: ed è a partire da lì, dove il suo Signore e fratello lo è andato a cercare, che comincia la risurrezione, che si riedifica la casa di Dio in mezzo agli uomini.

La testimonianza

Il grande dilemma, per chi tenta di rinchiudere in un orizzonte puramente terreno gli eventi pasquali, e ritiene per principio impossibile che un uomo possa risorgere dai morti per la potenza dello Spirito di Dio, sta nell’offrire una spiegazione convincente di ciò che accadde ai discepoli: inclusi i due di Emmaus, secondo il racconto di Luca, visto che la meta originaria che li trascinava fuori da Gerusalemme, e il timore della notte, quando «non si può camminare» (cf. Gv 11,9-10), una volta incontrato e riconosciuto il Signore non sono più un problema. Ci si può allora rimettere in strada, riprendere il cammino; si può raggiungere la comunità dei discepoli (l’avevano abbandonata, amareggiati dalle speranze deluse, forse anche dalla vigliaccheria dei colleghi? avevano anticipato a prima ancora della nascita della Chiesa gli “abbandoni” che la colpiscono oggi per i più diversi motivi, inclusa la cattiva testimonianza dei credenti e persino dei pastori, soprattutto in Occidente? non lo sappiamo) e contribuire a edificarla, ricevendo e dando testimonianza (cf. Lc 24,34-35).
Questo è dunque il dilemma: che cosa apre la bocca dei discepoli? Che cosa li porta alla testimonianza, se per primi avevano rinnegato e abbandonato il Signore? Sappiamo qual è la loro risposta, data nelle più diverse occasioni: abbiamo visto il Signore, abbiamo mangiato e bevuto con lui, risorto daimorti;abbiamoricevutoilsuo Spirito; lui ci ha spiegato le Scritture, lui ci ha aperto la bocca vergognosamente chiusa e ci affidato la testimonianza… In altre parole: abbiamo sperimentato la Pasqua, e da allora non è più possibile tacere ciò che è stato visto e ascoltato (cf. At 4,18-20).
Così la fede dice l’inaudito di Dio – che resta sempre al di là di ogni linguaggio – attraverso alcune esperienze “elementari”, ma proprio per questo eloquenti: rendersi conto che la via non è chiusa, il cammino non è insensato, che c’è anzi una meta che lo rende significativo, bello. Riconoscere che il mondo, la vita, non sono soltanto fragili progetti, in fondo sempre incompiuti: che qualcosa di nuovo e di eterno si va edificando, paradossalmente proprio a partire da ciò che noi avremmo buttato via, giudicandolo inservibile e consumato. Rendersi conto che persino il fallimento, la vergogna, il peccato non sono l’ultima parola, perché ci appare – in primo luogo come misericordia e perdono – la pienezza di un progetto di amore al quale possiamo rendere testimonianza con le parole e con la vita.
Se è possibile, come hanno fatto i primi credenti, dare a queste esperienze il nome di Cristo, siamo nel cuore della Pasqua cristiana, della festa della risurrezione. E per chi non riesce a dare questo nome alle esperienze che pure può vivere? Il legame con la Pasqua non gli è precluso, se è vero che, essendo Cristo morto per tutti ed essendo unica la vocazione divina dell’uomo, «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (Gaudium et spes, 22); ciò che rende tutt’altro che inutile la testimonianza pasquale esplicita dei credenti.
La Pasqua del Signore rende possibile la ripresa di un cammino; assicura il credente sul fatto che l’opera delle sue mani non è vana, perché ha per fondamento la pietra scelta e preziosa, che è Cristo; gli dà il soffio dello Spirito perché possa testimoniare e proclamare una speranza che non delude. La Pasqua, anzi, è questo: la via che si riapre, l’edificazione della nuova umanità, la proclamazione, con la bocca e con il cuore (cf. Rm 9,9-10) di Gesù Signore. Senza peraltro la pretesa di girare alla larga dallo scoglio sul quale si perdono le nostre vie, crollano i nostri edifici, e la nostra bocca diventa muta o rinnega, e cioè la croce di Cristo: perché la Pasqua rivela che essa è perdizione per chi va avanti coi criteri mondani ma, per chi crede, è potenza e sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,18).

P.S. Se il lettore, arrivato pazientemente sin qui, fosse colto dal sospetto che questa proposta di riflessione pasquale sia in pratica ricalcata sulle tre parole chiave – camminare, edificare, confessare, il tutto all’ombra, per così dire, della croce di Cristo –, con le quali papa Francesco ha sviluppato l’omelia alla messa celebrata con i cardinali nella cappella Sistina, il giorno dopo la sua elezione, sappia che ha visto giusto. E gradisca ancora i migliori auguri di Buona Pasqua. (DG)