“Terra promessa, io ti ho veduta…”

Torno a Dietrich Bonhoeffer, in questo giorno che ricorda il settantacinquesimo anniversario della sua esecuzione capitale, a Flossenburg, il 9 aprile 1945. In tempi nei quali si vorrebbe avere chiarezza sul futuro (e non l’abbiamo!), forse torna utile la sua meditazione poetica sulla morte di Mosè: di un uomo, cioè, il cui futuro umano, desiderato e atteso, viene precluso da Dio stesso. E che, ciò nonostante, non dubita del futuro che Dio dischiude. Bonhoeffer aveva 38 anni quando scrisse – in prigione – questo lungo poema; e non aveva 40 anni quando la sua vita terrena ebbe fine. Non posso non ricordare che anche questo testo passò per le mie terre: E. Bethge lo ricevette a S. Polo d’Enza (RE) il 29 settembre 1944. Ne riporto solo una parte, invitandovi a leggere il testo completo in Resistenza e resa (ed. Queriniana, Brescia 2002, 550-557)

… Terra promessa, io ti ho veduta,
bella e gloriosa come sposa adorna,

verginale nelle tue vesti nuziali,
grazia a caro prezzo sono i tuoi gioielli sponsali.

Lascia questi occhi vecchi e a volte delusi
suggere la tua soave dolcezza,

lascia che questa vita, prima che s’estinguano le forze,
oh, beva ancora una volta dai fiumi della gioia.

Terra di Dio, davanti alle tue vaste porte
stiamo beati come persi in un sogno.

Già ci spira incontro piena di forza e di promessa
la benedizione dei pii padri.

Vigna di Dio, inumidita di fresca rugiada,
uva carica di succo, coronata dallo splendore del sole,

giardino di Dio, si gonfiano i tuoi frutti,
stillano chiare acque le tue fonti.

Grazia di Dio su una terra libera,
perché qui nasca un nuovo popolo santo.

Diritto di Dio, deboli e forti
proteggerà da arbitrio e violenza.

Verità di Dio, da dottrine umane
convertirà un popolo smarrito alla fede.

Sulla vetta del monte sta
Mosè, l’uomo di Dio, il profeta.

I suoi occhi guardano fissi
verso la santa terra promessa.

«Così mantieni, Signore quel che hai promesso,
mai hai mancato con me alla tua parola.

La tua grazia salva e redime,
la tua ira è duro castigo e riprovazione.

Signore fedele, il tuo infedele servo
lo sa bene: sempre tu sei giusto.

Dunque dà seguito oggi alla tua punizione:
conducimi al lungo sonno della morte.

Del grappolo succoso della terra santa
beve solo la fede non ferita nella sua integrità.

Porgi dunque al dubbioso la bevanda amara
e la fede ti renderà lode e grazie.

Per me hai fatto cose mirabili,
l’amarezza hai trasformato in dolcezza,

attraverso il velo della morte fammi vedere
il mio popolo che si reca alla solenne festa.

Mentre sprofondo, Dio, nella tua eternità
vedo il mio popolo camminare nella libertà.

Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri, Dio,
oh, io l’ho amato questo popolo mio.

Che io abbia portato i suoi pesi e la sua vergogna
e vista la tua salvezza – di più non mi bisogna.

Tienimi, afferrami! Il bastone mio sprofonda;
Dio fedele, preparami la tomba».

Parlare, è talmente più facile…

“Si potrebbe… tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire” (A. Manzoni, I promessi sposi, conclusione del c. 31)

Alfred Delp s.j.

Sono passati 75 anni dalla morte di p. Alfred Delp, gesuita tedesco, esponente della resistenza al nazismo. Imprigionato dopo il fallimento del colpo di stato militare del 20 luglio 1944, fu condannato a morte l’11 gennaio 1945 e impiccato il 2 febbraio dello stesso anno. Il corpo fu cremato e le ceneri disperse in località ignota, nei pressi di Berlino. Padre Delp era riuscito a emettere i voti definitivi come membro della Compagnia di Gesù mentre era in prigione.

P. Yves Congar aveva pubblicato, nella sua grande opera in tre volumi sullo Spirito Santo, alcuni passi tratti da una meditazione sul Veni Sancte Spiritus, che p. Delp aveva scritto nelle ultime settimane della sua prigionia, e che è rimasta incompleta. Ne riporto qui di seguito alcune righe.

«Le colline eterne sono là, donde viene la salvezza. Il loro soccorso è già lì, aspetta, viene. Dio me lo fa vedere ogni giorno ed ora tutta la mia vita ne è testimonianza. Tutto ciò che io portavo in me di sicurezza, di furbizia e di abilità è volato in frantumi sotto il peso della violenza e di ciò che era contro di me. Questi mesi di cattività hanno spezzato la mia resistenza fisica e molte altre cose in me, e tuttavia ho vissuto delle ore meravigliose. Dio ha preso tutto nelle sue mani, ed ora io so implorare e at­tendere il soccorso dalle colline eterne.

L’uomo che riconosce la propria po­vertà, che getta lontano da sé ogni suffi­cienza ed ogni orgoglio, anche quello dei propri cenci, l’uomo che sta sempre di fronte a Dio nella sua nudità, senza veli e nella sua indigenza, quest’uomo conosce i miracoli dell’amore e della misericordia: dalla consolazione del cuore e l’illumina­zione dello spirito fino all’acquietamento della fame e della sete…

Lo Spirito santo è la passione con cui Dio si ama. L’uomo deve mettersi in ac­cordo con questa passione, ratificarla e adempierla. Allora il mondo ridiventerà capace di amore vero. Noi possiamo rico­noscere e amare Dio solo se Dio stesso ci af­ferra e ci strappa dal nostro egoismo. Biso­gna che in noi e mediante noi, Dio ami se stesso, allora noi vivremo nella verità e l’amore di Dio ridiventerà il cuore vivente del mondo. […]
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Un pensiero di Etty Hillesum

Il 15 gennaio è il giorno della nascita, nel 1914, di Etty Hillesum. Lo ricordo riprendendo una riflessione dal suo Diario.

“Ora lo so: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno che cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarò corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincia a capirlo sempre meglio – così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà ricominciare tutto daccapo, e con tanta fatica” (dal Diario, 3 luglio 1942; ed. Adelphi 2012, pp. 675-676).

Due pensieri dal carcere

Messa in carcere, questa mattina, domenica 12 gennaio. Tanti pensieri e riflessioni, anche a seguito della visita che ho potuto fare anche dentro alcune sezioni (ottimo caffè offerto dai detenuti in una cella); ma condivido solo due pensieri che mi sono venuti durante la Messa.

1. “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito… perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Isaia 42, 6-7). Era la conclusione della prima lettura. Lo confesso: quando ho letto questa e le altre letture della liturgia, per prepararmi e per pensare a cosa dire durante la predica, non avevo associato queste parole al fatto che avrei celebrato con dei carcerati! E confesso che quando le ho sentite leggere, durante la Messa, ho avuto un momento di panico. Mi sono reso conto che non potevo ignorarle. Non dirò come me la sono cavata (non benissimo, credo…): solo, a conti fatti, la riconoscenza a Dio, che con uno schiaffo mi ha un po’ svegliato dalla superficialità con la quale, troppe volte, commento la sua Parola.

2. Durante la distribuzione della comunione: do il Pane eucaristico a qualche detenuto, poi a qualche agente della polizia penitenziaria, ad altri detenuti, a qualche visitatore venuto con me, al direttore del carcere… E penso: ecco qui, guardie e carcerati, prigionieri e noi venuti da fuori… in questo momento, lo Spirito di Dio fa di noi un solo corpo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10, 17). Non può essere solo un bel pensiero spirituale o devozionale. Questo “un solo corpo” (che è poi il Corpo di Cristo) sarà ben più importante delle cose umane, fossero pure le sbarre e le chiavi di un carcere. Dentro quelle mura non ci sono carcerati e custodi, ma fratelli, per i quali Gesù Cristo ha dato se stesso. Potrebbe essere questo un punto di partenza per almeno un po’ più di attenzione al mondo del carcere? È, in definitiva, la prima cosa che ci viene chiesta: un po’ più di attenzione.