Archivi categoria: riflessioni

L’asilo della sabbia

In un bell’articolo pubblicato su La Stampa del 26 gennaio 2019, Antonio Scurati cita alcuni versi del primo libro dell’Eneide (è Enea che si rivolge a Didone), che qui riporto nella versione di Rosa Calzecchi Onesti:

Quando sul flutto levandosi tempestoso Orione,
su ciechi banchi ci spinse e arenò, col vento violento,
e vinti dal mare, per l’onde, per le impervie scogliere
ci disseminò: pochi qui al lido vostro nuotammo.
Ma che popolo è questo? che barbara patria
permette una simile usanza? L’asilo della sabbia ci negano,
fan guerra, ci vietano di porre piede sul lido!
Se gli uomini avete in disprezzo e l’armi degli uomini,
ma temete gli dèi, che bene e male ricordano (I, 535-543)

C’è poco da aggiungere… se non forse almeno l’inizio dell’articolo di Scurati:

Siamo ancora umani? Umanità. Significa ancora qualcosa questa parola alle nostre latitudini europee, di questi tempi, in questo inverno arido e breve? … [Leggete il resto, vale la pena]

e l’appello che la CEI, i Valdesi, le Chiese evangeliche d’Italia e la Comunità di Sant’Egidio hanno pubblicato il 22 gennaio scorso, con il titolo Restiamo umani. Appunto.

Beati martiri d’Algeria

8 dicembre 2018: Beatificazione dei martiri d’Algeria

In questo giorno benedetto, ne faccio memoria con un testo del beato Pierre Claverie, vescovo di Orano

«Gesù ci dice e ci dimostra che Dio è appassionato e che l’Amore è il suo Nome: nei comportamenti e nell’insegnamento c’è da parte sua una continua trasgressione della fredda logica della Legge e della Ragione. Che cosa c’è di meno religioso del fatto di rimettere in discussione il Sabato, i divieti alimentari, la condanna dell’adulterio o la preghiera pubblica al Tempio? Che cosa c’è di meno ragionevole del fatto di esaltare un amministratore disonesto o un padrone ingiusto che dà lo stesso salario agli operai della prima e dell’undicesima ora? Che cosa c’è di più insensato del fatto di esporsi alla morte senza altro equipaggiamento al di fuori di un amore disarmato e disarmante che muore perdonando? […]

Facciamo parte anche noi della stessa razza di credenti: non siamo i contabili di ciò che è permesso e vietato o i guerrieri di una religione conquistatrice e neppure gli evasi da questo mondo di carne e di sangue, alla ricerca di un paradiso perduto attraverso non so quale artificio “trascendentale”. Solo Gesù può condurci sulle strade del Dio vivente: affidandoci a noi stessi, non possiamo andare oltre la “sapienza dei Greci” che Paolo contrappone alla “follia della Croce”.
E la nostra vita diventa godibile e feconda proprio quando corre il rischio di questa singolare follia che attraversa il Vangelo con un’audacia esaltante. Solo la forza stessa dello Spirito divino può spingerci a compiere questo passo. È dunque vitale aprirci allo Spirito. Ed è questo la preghiera. Non smettete di pregare! […]

Fatevi di nuovo afferrare da Cristo. Non sappiamo nulla di Dio e dell’uomo, se non attraverso questo nostro fratello in umanità, in cui lo Spirito ci permette di scorgere l’icona della divinità.
Con lui il nostro sguardo può scoprire, nel cuore di un mondo sconvolto, la nascita di un mondo nuovo che reclama le nostre energie e risveglia la nostra passione di vivere, di creare, di amare, di rischiare e di andare felici incontro a Dio e agli altri».

P. Claverie, Lettere dall’Algeria,  Paoline, Milano 1988,  169 s.

Maglietta rossa

Era il 3 settembre 2015, e allora si sperò che quella potesse essere l’ultima occasione in cui vedere immagini di queste genere sulle spiagge del Mediterraneo. Purtroppo non è stato così e non è così.

A suo tempo non avevo pubblicato qui quella foto che, del resto, aveva fatto il giro del mondo. La riprendo adesso, riportando qui di seguito l’editoriale di Mario Calabresi su La Stampa di allora.

Alla fine dei febbraio dell’anno dopo, nell’allora mia unità pastorale di Bagnolo in Piano (RE) avevamo accolto due famiglie siriane che fuggivano dalla stessa guerra, arrivate in Italia con il primo gruppo di rifugiati accolti attraverso l’apertura dei “corridoi umanitari” realizzati dalla Comunità di S. Egidio insieme con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola valdese valdese… È proprio impossibile aprire altri canali regolari di immigrazione, per mettere fine alla vergogna di questi giorni?

 

La spiaggia su cui muore l’Europa

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni – per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.

Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. È l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.

Lutto per i morti delle Ramblas

Mi sembra da meditare la riflessione proposta da C. Ossola su Il Sole – 24 ore di domenica 20 agosto a proposito delle vittime dell’attentato terroristico sulle Ramblas di Barcellona del 17 agosto scorso. Ne ripropongo l’inizio:

L’attentato del 17 agosto a Barcellona, alle Ramblas, per la provenienza cosmopolita delle vittime e dei feriti, ha suscitato, e suscita, molti commenti, quasi tutti orientati a ripetere, insieme alla esecrazione per l’attentato, la difesa dei valori dell’Occidente, principale dei quali sarebbe una libertà che si esercita nel movimento verso luoghi-idolo, che meglio ci identificano che non le comunità locali nelle quali, con fatica, si è costretti a vivere.

L’analisi, che si ripete anche questa volta, mi pare carente e fuorviante: e, senza preamboli, mi permetto di dire, sommessamente, che mi sarei atteso che le Ramblas, pedonali, fossero chiuse, almeno per 48 ore, per rispetto e per lutto, sì per lutto, per le persone scomparse…

Per leggere tutto l’articolo, andare sul sito web del Sole  – 24 Ore

Charles de Foucauld a un secolo dalla morte

Avrei voluto ricordare prima il centenario – che si compie proprio oggi – della morte del beato Charles de Foucauld: una figura alla quale sono affezionato, anche se non posso dire di conoscerlo a fondo.

In ogni modo, qualche settimana fa ho tenuto una conferenza su di lui, sotto questo titolo: Charles de Foucauld a cento anni dalla morte. Provocazioni teologiche di un itinerario spirituale.

Per chi fosse interessato, il testo è disponibile a questo link (c’è anche la registrazione audio, se pure a qualcuno interessa…).

per p. Jacques Hamel

Esco da un silenzio di mesi, dovuto soprattutto al poco tempo, per dire una parola a riguardo dell’assassinio di p. Jacques Hamel, prete francese ucciso ieri mattina “in nome dell’Islam” in una chiesa di Rouen, in Normandia.

Poiché tra pochi giorni ricorre il ventesimo anniversario dell’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano in Algeria, ucciso dall’odio fanatico l’1 agosto 1996 insieme con l’autista (musulmano), prendo da lui le parole con le quali, in un testo del novembre 1995, commentava l’uccisione di sr. Odette Hélène Prévaut e il ferimento della consorella Chantal Marie Odette a Kouba (Algeri) il 10 novembre 1995. Così scriveva Claverie qualche giorno dopo (il testo è lungo, ne riprendo solo le parti iniziale e finale; per il testo completo: Lettere dall’Algeria di P. Claverie assassinato per il dialogo con i musulmani, Paoline, Milano 1998, pp. 227-231):

Bravi! Gli eroici combattenti della giustizia hanno di nuovo colpito… hanno spiato, seguito e atteso i loro bersagli. E, mentre le due donne disarmate stavano recandosi all’appuntamento con un’amica che avrebbe dovuto accompagnarle a Kouba dove, anche quel venerdì, sarebbero andate a pregare per la pace, i nostri due eroi appostati hanno sparato e hanno ucciso Odette e ferito Chantal alla spalla, al volto e al braccio che aveva alzato per proteggersi, in un riflesso irrisorio di difesa.
Bravi! A voi che avete scelto questo tipo di guerra che chiamata volte gihad, la guerra santa contro i nemici di Dio, i tiranni e gli sfruttatori, i corrotti e gli ipocriti, “gli infedeli, gli ebrei e i cristiani”. Da anni, ma a volte anche da secoli, avete commentato i vostri Libri sacri, sondato le intenzioni divine, scoperto la volontà di Dio, giudice del bene e del male, separando i buoni dai cattivi per arrivare poi alla decisione che bisognava purificare la terra per farvi scendere il Cielo. Avete, con i vostri durûs (lezioni) e le vostre prediche, pazientemente formato i vostri discepoli, educandoli a diventare i docili esecutori dei decreti divini, convincendoli della nobiltà della loro missione e promettendo loro le ricompense eterne. Uccidere un kâfir (infedele) non è forse una hasana (opera buona)? […]

Un bravo a tutti voi! E, in fondo, grazie. Infatti ci ricordate cose importanti che, nel nostro dramma quotidiano, rischiamo di dimenticare:

– Non si può difendere una giusta causa con mezzi sporchi. Il fine non giustifica non importa quale mezzo. Cedere a questo meccanismo significa preparare un futuro d’inferno.

– Non mescoliamo Dio ai nostri conflitti umani. Lasciamo che Dio sia Dio e non facciamoci convincere troppo dai suoi inviati o dagli esecutori dei suoi giudizi. Il giudizio non ci appartiene.
Continua la lettura di per p. Jacques Hamel