Un pensiero di Etty Hillesum

Il 15 gennaio è il giorno della nascita, nel 1914, di Etty Hillesum. Lo ricordo riprendendo una riflessione dal suo Diario.

“Ora lo so: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno che cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarò corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincia a capirlo sempre meglio – così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà ricominciare tutto daccapo, e con tanta fatica” (dal Diario, 3 luglio 1942; ed. Adelphi 2012, pp. 675-676).

Due pensieri dal carcere

Messa in carcere, questa mattina, domenica 12 gennaio. Tanti pensieri e riflessioni, anche a seguito della visita che ho potuto fare anche dentro alcune sezioni (ottimo caffè offerto dai detenuti in una cella); ma condivido solo due pensieri che mi sono venuti durante la Messa.

1. “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito… perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Isaia 42, 6-7). Era la conclusione della prima lettura. Lo confesso: quando ho letto questa e le altre letture della liturgia, per prepararmi e per pensare a cosa dire durante la predica, non avevo associato queste parole al fatto che avrei celebrato con dei carcerati! E confesso che quando le ho sentite leggere, durante la Messa, ho avuto un momento di panico. Mi sono reso conto che non potevo ignorarle. Non dirò come me la sono cavata (non benissimo, credo…): solo, a conti fatti, la riconoscenza a Dio, che con uno schiaffo mi ha un po’ svegliato dalla superficialità con la quale, troppe volte, commento la sua Parola.

2. Durante la distribuzione della comunione: do il Pane eucaristico a qualche detenuto, poi a qualche agente della polizia penitenziaria, ad altri detenuti, a qualche visitatore venuto con me, al direttore del carcere… E penso: ecco qui, guardie e carcerati, prigionieri e noi venuti da fuori… in questo momento, lo Spirito di Dio fa di noi un solo corpo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10, 17). Non può essere solo un bel pensiero spirituale o devozionale. Questo “un solo corpo” (che è poi il Corpo di Cristo) sarà ben più importante delle cose umane, fossero pure le sbarre e le chiavi di un carcere. Dentro quelle mura non ci sono carcerati e custodi, ma fratelli, per i quali Gesù Cristo ha dato se stesso. Potrebbe essere questo un punto di partenza per almeno un po’ più di attenzione al mondo del carcere? È, in definitiva, la prima cosa che ci viene chiesta: un po’ più di attenzione.

I Re Magi

Il portale di notizie della S. Sede ha pubblicato un post con le poesie dedicate ai Magi. Ne riprendo una, quella di Edmond Rostand (sì, l’autore del Cyrano de Bergerac), riportando sotto anche il testo originale.

È proprio vero che la stella a volte riappare quando riprendiamo per mano le umili occupazioni quotidiane e pensiamo anche alla sete di altri. Buona Epifania!

Persero un giorno la stella.
Com’è possibile perdere la stella?
Per averla fissata troppo a lungo…
I due re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
col bastone tracciarono sul suolo grandi cerchi.

Si misero a far calcoli, si grattarono il mento…
Ma la stella era scomparsa come scompare un’idea,
e quegli uomini, l’anima dei quali
aveva sete di essere guidata,
piansero drizzando le tende di cotone.
Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri,
disse a se stesso: “Pensiamo alla sete
che non è la nostra.
Occorre dar da bere, lo stesso, agli animali”.
E mentre reggeva il suo secchio,
nello spicchio di cielo
in cui si abbeveravano i cammelli
egli scorse la stella d’oro che danzava silente.



Ils perdirent l’étoile, un soir ; pourquoi perd-on 
L’étoile ? Pour l’avoir parfois trop regardée, 
Les deux rois blancs, étant des savants de Chaldée, 
Tracèrent sur le sol des cercles au bâton. 
Ils firent des calculs, grattèrent leur menton, 
Mais l’étoile avait fui, comme fuit une idée. 
Et ces hommes dont l’âme eût soif d’être guidée 
Pleurèrent, en dressant des tentes de coton. 
Mais le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres, 
Se dit “Pensons aux soifs qui ne sont pas les nôtres, 
Il faut donner quand même à boire aux animaux.” 
Et, tandis qu’il tenait son seau d’eau par son anse, 
Dans l’humble rond de ciel où buvaient les chameaux
Il vit l’étoile d’or, qui dansait en silence.

L’asilo della sabbia

In un bell’articolo pubblicato su La Stampa del 26 gennaio 2019, Antonio Scurati cita alcuni versi del primo libro dell’Eneide (è Enea che si rivolge a Didone), che qui riporto nella versione di Rosa Calzecchi Onesti:

Quando sul flutto levandosi tempestoso Orione,
su ciechi banchi ci spinse e arenò, col vento violento,
e vinti dal mare, per l’onde, per le impervie scogliere
ci disseminò: pochi qui al lido vostro nuotammo.
Ma che popolo è questo? che barbara patria
permette una simile usanza? L’asilo della sabbia ci negano,
fan guerra, ci vietano di porre piede sul lido!
Se gli uomini avete in disprezzo e l’armi degli uomini,
ma temete gli dèi, che bene e male ricordano (I, 535-543)

C’è poco da aggiungere… se non forse almeno l’inizio dell’articolo di Scurati:

Siamo ancora umani? Umanità. Significa ancora qualcosa questa parola alle nostre latitudini europee, di questi tempi, in questo inverno arido e breve? … [Leggete il resto, vale la pena]

e l’appello che la CEI, i Valdesi, le Chiese evangeliche d’Italia e la Comunità di Sant’Egidio hanno pubblicato il 22 gennaio scorso, con il titolo Restiamo umani. Appunto.

Beati martiri d’Algeria

8 dicembre 2018: Beatificazione dei martiri d’Algeria

In questo giorno benedetto, ne faccio memoria con un testo del beato Pierre Claverie, vescovo di Orano

«Gesù ci dice e ci dimostra che Dio è appassionato e che l’Amore è il suo Nome: nei comportamenti e nell’insegnamento c’è da parte sua una continua trasgressione della fredda logica della Legge e della Ragione. Che cosa c’è di meno religioso del fatto di rimettere in discussione il Sabato, i divieti alimentari, la condanna dell’adulterio o la preghiera pubblica al Tempio? Che cosa c’è di meno ragionevole del fatto di esaltare un amministratore disonesto o un padrone ingiusto che dà lo stesso salario agli operai della prima e dell’undicesima ora? Che cosa c’è di più insensato del fatto di esporsi alla morte senza altro equipaggiamento al di fuori di un amore disarmato e disarmante che muore perdonando? […]

Facciamo parte anche noi della stessa razza di credenti: non siamo i contabili di ciò che è permesso e vietato o i guerrieri di una religione conquistatrice e neppure gli evasi da questo mondo di carne e di sangue, alla ricerca di un paradiso perduto attraverso non so quale artificio “trascendentale”. Solo Gesù può condurci sulle strade del Dio vivente: affidandoci a noi stessi, non possiamo andare oltre la “sapienza dei Greci” che Paolo contrappone alla “follia della Croce”.
E la nostra vita diventa godibile e feconda proprio quando corre il rischio di questa singolare follia che attraversa il Vangelo con un’audacia esaltante. Solo la forza stessa dello Spirito divino può spingerci a compiere questo passo. È dunque vitale aprirci allo Spirito. Ed è questo la preghiera. Non smettete di pregare! […]

Fatevi di nuovo afferrare da Cristo. Non sappiamo nulla di Dio e dell’uomo, se non attraverso questo nostro fratello in umanità, in cui lo Spirito ci permette di scorgere l’icona della divinità.
Con lui il nostro sguardo può scoprire, nel cuore di un mondo sconvolto, la nascita di un mondo nuovo che reclama le nostre energie e risveglia la nostra passione di vivere, di creare, di amare, di rischiare e di andare felici incontro a Dio e agli altri».

P. Claverie, Lettere dall’Algeria,  Paoline, Milano 1988,  169 s.

Maglietta rossa

Era il 3 settembre 2015, e allora si sperò che quella potesse essere l’ultima occasione in cui vedere immagini di queste genere sulle spiagge del Mediterraneo. Purtroppo non è stato così e non è così.

A suo tempo non avevo pubblicato qui quella foto che, del resto, aveva fatto il giro del mondo. La riprendo adesso, riportando qui di seguito l’editoriale di Mario Calabresi su La Stampa di allora.

Alla fine dei febbraio dell’anno dopo, nell’allora mia unità pastorale di Bagnolo in Piano (RE) avevamo accolto due famiglie siriane che fuggivano dalla stessa guerra, arrivate in Italia con il primo gruppo di rifugiati accolti attraverso l’apertura dei “corridoi umanitari” realizzati dalla Comunità di S. Egidio insieme con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola valdese valdese… È proprio impossibile aprire altri canali regolari di immigrazione, per mettere fine alla vergogna di questi giorni?

 

La spiaggia su cui muore l’Europa

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni – per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.

Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. È l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.