Un pensiero (e una poesia) per infermiere e infermieri

Oggi è la Giornata internazionale dell’infermiere: si tiene il 12 maggio, nel giorno della nascita di Florence Nightingale, fondatrice delle moderne scienze infermieristiche. Quest’anno è il bicentenario della sua nascita, avvenuta appunto il 12 maggio 1820.

Ho voluto preparare un breve messaggio di saluto, ringraziamento e augurio per le infermiere e gli infermieri, pensando specialmente alle settimane e ai mesi appena passati e segnati dall’emergenza CoViD-19; l’ho fatto in particolare per quelli di Crema (dell’Ospedale, delle RSA…), ma non solo; ho pensato a infermiere e infermieri che conosco, e che mi hanno anche permesso di condividere qualcosa della loro esperienza, in più di un caso drammatica, ma anche profondamente umana e cristiana, delle settimane scorse.

Ho pensato di dedicare loro una breve poesia di Pierluigi Cappello, poeta friulano morto cinquantenne nel 2017. È una poesia scritta ormai negli ultimi mesi della sua vita:

Entrano i rumori e l’abbaiare di un cane
dalla finestra aperta; con una brezza che passa
sulle tue braccia nude, sulla fronte.
Se chiudi gli occhi la senti sulle palpebre
e sembra la mano di chi ti vuole bene
a passare e tutto il male del mondo va via
con gli occhi chiusi mentre passa la mano.
E sei tu e il tuo respiro dentro alla brezza
e stai fermo e ti fidi come una pace
appena nata

(da Un prato in pendio. Tutte le poesie 1992-2017, BUR-Rizzoli, Milano 2018, p. 405)

In quella brezza che passa “e sembra la mano di chi ti vuole bene / a passare e tutto il male del mondo va via…” ritrovo la mano degli infermieri; spesso, per chi è morto in solitudine, è stata la mano dell’ultima carezza, dell’ultimo saluto. Senza idealizzare (perché anche tra gli infermieri, come tra tutti noi umani, ci sono certamente limiti e fatiche), possiamo però dire un grazie e magari promettere di ricordarci delle infermiere e degli infermieri non solo oggi, e non solo quando ci accade di entrare in un ospedale.

“Terra promessa, io ti ho veduta…”

Torno a Dietrich Bonhoeffer, in questo giorno che ricorda il settantacinquesimo anniversario della sua esecuzione capitale, a Flossenburg, il 9 aprile 1945. In tempi nei quali si vorrebbe avere chiarezza sul futuro (e non l’abbiamo!), forse torna utile la sua meditazione poetica sulla morte di Mosè: di un uomo, cioè, il cui futuro umano, desiderato e atteso, viene precluso da Dio stesso. E che, ciò nonostante, non dubita del futuro che Dio dischiude. Bonhoeffer aveva 38 anni quando scrisse – in prigione – questo lungo poema; e non aveva 40 anni quando la sua vita terrena ebbe fine. Non posso non ricordare che anche questo testo passò per le mie terre: E. Bethge lo ricevette a S. Polo d’Enza (RE) il 29 settembre 1944. Ne riporto solo una parte, invitandovi a leggere il testo completo in Resistenza e resa (ed. Queriniana, Brescia 2002, 550-557)

… Terra promessa, io ti ho veduta,
bella e gloriosa come sposa adorna,

verginale nelle tue vesti nuziali,
grazia a caro prezzo sono i tuoi gioielli sponsali.

Lascia questi occhi vecchi e a volte delusi
suggere la tua soave dolcezza,

lascia che questa vita, prima che s’estinguano le forze,
oh, beva ancora una volta dai fiumi della gioia.

Terra di Dio, davanti alle tue vaste porte
stiamo beati come persi in un sogno.

Già ci spira incontro piena di forza e di promessa
la benedizione dei pii padri.

Vigna di Dio, inumidita di fresca rugiada,
uva carica di succo, coronata dallo splendore del sole,

giardino di Dio, si gonfiano i tuoi frutti,
stillano chiare acque le tue fonti.

Grazia di Dio su una terra libera,
perché qui nasca un nuovo popolo santo.

Diritto di Dio, deboli e forti
proteggerà da arbitrio e violenza.

Verità di Dio, da dottrine umane
convertirà un popolo smarrito alla fede.

Sulla vetta del monte sta
Mosè, l’uomo di Dio, il profeta.

I suoi occhi guardano fissi
verso la santa terra promessa.

«Così mantieni, Signore quel che hai promesso,
mai hai mancato con me alla tua parola.

La tua grazia salva e redime,
la tua ira è duro castigo e riprovazione.

Signore fedele, il tuo infedele servo
lo sa bene: sempre tu sei giusto.

Dunque dà seguito oggi alla tua punizione:
conducimi al lungo sonno della morte.

Del grappolo succoso della terra santa
beve solo la fede non ferita nella sua integrità.

Porgi dunque al dubbioso la bevanda amara
e la fede ti renderà lode e grazie.

Per me hai fatto cose mirabili,
l’amarezza hai trasformato in dolcezza,

attraverso il velo della morte fammi vedere
il mio popolo che si reca alla solenne festa.

Mentre sprofondo, Dio, nella tua eternità
vedo il mio popolo camminare nella libertà.

Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri, Dio,
oh, io l’ho amato questo popolo mio.

Che io abbia portato i suoi pesi e la sua vergogna
e vista la tua salvezza – di più non mi bisogna.

Tienimi, afferrami! Il bastone mio sprofonda;
Dio fedele, preparami la tomba».

Annunciazione

Le parole dell’angelo

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani
Nascono chiare a te dal manto;
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno ad aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

R. M. Rilke (1875-1926), da  Il libro delle immagini, II, i. Versione italiana di G. Cacciapaglia, in R. M. Rilke, Poesie, I, Einaudi, Torino 1994, 353-355.

I Re Magi

Il portale di notizie della S. Sede ha pubblicato un post con le poesie dedicate ai Magi. Ne riprendo una, quella di Edmond Rostand (sì, l’autore del Cyrano de Bergerac), riportando sotto anche il testo originale.

È proprio vero che la stella a volte riappare quando riprendiamo per mano le umili occupazioni quotidiane e pensiamo anche alla sete di altri. Buona Epifania!

Persero un giorno la stella.
Com’è possibile perdere la stella?
Per averla fissata troppo a lungo…
I due re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
col bastone tracciarono sul suolo grandi cerchi.

Si misero a far calcoli, si grattarono il mento…
Ma la stella era scomparsa come scompare un’idea,
e quegli uomini, l’anima dei quali
aveva sete di essere guidata,
piansero drizzando le tende di cotone.
Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri,
disse a se stesso: “Pensiamo alla sete
che non è la nostra.
Occorre dar da bere, lo stesso, agli animali”.
E mentre reggeva il suo secchio,
nello spicchio di cielo
in cui si abbeveravano i cammelli
egli scorse la stella d’oro che danzava silente.



Ils perdirent l’étoile, un soir ; pourquoi perd-on 
L’étoile ? Pour l’avoir parfois trop regardée, 
Les deux rois blancs, étant des savants de Chaldée, 
Tracèrent sur le sol des cercles au bâton. 
Ils firent des calculs, grattèrent leur menton, 
Mais l’étoile avait fui, comme fuit une idée. 
Et ces hommes dont l’âme eût soif d’être guidée 
Pleurèrent, en dressant des tentes de coton. 
Mais le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres, 
Se dit “Pensons aux soifs qui ne sont pas les nôtres, 
Il faut donner quand même à boire aux animaux.” 
Et, tandis qu’il tenait son seau d’eau par son anse, 
Dans l’humble rond de ciel où buvaient les chameaux
Il vit l’étoile d’or, qui dansait en silence.

9 aprile 1945: la morte di Dietrich Bonhoeffer

Il 9 aprile di settant’anni fa il pastore e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (nella foto, che lo ritrae nella prigione di Tegel, è il secondo da destra) veniva impiccato a Flossenbürg, insieme con quasi tutti gli  altri del gruppo di opposizione al nazismo che si era radunato attorno all’ammiraglio W. F. Canaris, ucciso nella stessa occasione: tre settimane sole prima del suicidio di Hitler, e un mese prima della resa dell’esercito tedesco…

Nella biografia degli ultimi due anni della vita di Bonhoeffer, trascorsi in carcere (era stato arrestato il 5 aprile del 1943), e nella riflessione che ne nasce, c’è un luogo reggiano importante: S. Polo e la vicina Canossa. Qui era di stanza come militare, nell’estate del 1944, Eberhard Bethge, l’amico fraterno di Bonhoeffer, con il quale Dietrich riusciva a intrattenere una corrispondenza (clandestina) anche in questi mesi così difficili. Proprio al periodo di stanza a S. Polo di Bethge risalgono alcuni dei testi più noti e importanti di Bonhoeffer, che saranno il nucleo di Resistenza e resa (ed. italiana: Queriniana), il libro – curato in un primo tempo dallo stesso Bethge – che raccoglie tutti testi scritti da Bonhoeffer durante il periodo della carcerazione.

Da queste pagine, per ricordare Bonhoeffer a 70 anni dalla morte, prendo  due testi. Il primo è un estratto di una lettera inviata a Bethge con la data 14 agosto 1944, per fargli gli auguri di compleanno, la cui data cadeva due settimane più tardi:

Dio non porta a compimento tutti i nostri desideri, bensì tutte le sue promesse [cf. 2 Cor 1,20], cioè egli rimane il Signore della terra, conserva la sua Chiesa, ci dona sempre nuova fede, non ci impone mai pesi maggiori di quanto possiamo sopportare, ci rende lieti con la sua vicinanza e il suo aiuto, esaudisce le nostre preghiere e ci conduce a sé attraverso la via migliore e più diritta (Resistenza e resa, ed. 2002, p. 530).

Per lo stesso compleanno di Bethge, Bonhoeffer scrisse anche la poesia Stazioni sulla vita della libertà:

Disciplina
Se ti parti alla ricerca della verità, impara anzitutto
la disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri
e le membra non ti portino ora qui ora là.
Casti siano il tuo spirito e il tuo corpo, a te pianamente sottomessi
e  ubbidienti, nel cercare la meta loro assegnata.
Nessuno apprende il segreto della libertà, se non attraverso la disciplina.

Azione
Fare e osare non una cosa qualsiasi, ma il giusto;
non ondeggiare nelle possibilità, ma afferrare coraggiosamente il reale;
non nella fuga dei pensieri, solo nell’azione è la libertà.
Lascia il pavido esitare e gettati nella tempesta degli eventi
sostenuto solo dal comandamento di Dio e dalla tua fede,
e la libertà accoglierà giubilando il tuo spirito.

Sofferenza
Straordinaria trasformazione. Le tue forti, attive mani
sono legate. Impotente, solo, vedi la fine
della tua azione. Ma tu prendi fiato, e ciò che è giusto poni,
silenzioso e consolato, in mani più forti, e ti senti appagato.
Solo un istante attingesti beato la felicità,
e poi la consegnasti a Dio, perché le desse splendido compimento.

Morte
Vieni, ora, festa suprema sulla via verso l’eterna libertà,
morte, rompi le gravose catene e le mura
del nostro effimero corpo e della nostra anima accecata,
perché finalmente vediamo ciò che qui ci invidiato di vedere.
Libertà, a lungo ti cercammo nella disciplina, nell’azione e nella sofferenza.
Morendo, te riconosciamo ora nel volto di Dio. (Resistenza e resa, ed. 2002, pp. 531-532)

Pasqua

Angeli parlano
e donne gridano
annunci incredibili
a discepoli impauriti
e uomini poveri
lungo il cammino
hanno pane
e amicizia a nutrire
la sera del cuore
e Lui più non ha
limiti alle prigioni
della nostra paura.
Mangia ancora
alle nostre mense,
ha trafitto i muri
delle nostre case,
amorosamente viola
le nostre porte.
Ci ha vinti all’alba
nel torpore lacerato
del nostro cielo di nubi
mentre c’insidiavano
il sonno e i fantasmi.
Adesso è Luce sul mondo
la tua carne trafitta,
il nostro cammino stanco.

Bernardo Antonini (da Poesie sulla Pasqua a c. di R. Colla, Vicenza 1992, pp. 5-6)